Imprenditori evasori Torino, truffa per centinaia di milioni di euro

Sono quattro i soggetti denunciati nell'operazione della Guardia di Finanza

GDFLa Guardia di Finanza di Torino, nell’ambito di indagini di polizia giudiziaria coordinate dalla Procura della Repubblica di Nola e dalla locale Procura della Repubblica, ha scoperto una imponente frode fiscale “carosello” nel settore dei materiali ferrosi, da sempre connotato da estrema pericolosità fiscale.
Le investigazioni svolte, di carattere sia penale sia tributario, hanno consentito di denunciare alla locale Procura della Repubblica quattro imprenditori, per i reati di emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, nonché di omessa presentazione della dichiarazione, sia ai fini delle imposte sui redditi sia dell’IVA, relativamente al periodo d’imposta 2012, ai sensi degli articoli 2, 5 e 8 del D.Lgs. n. 74/2000, e di proporre nei loro confronti, alla medesima Autorità Giudiziaria, il “sequestro per equivalente” di beni per un valore di circa 86 milioni di euro.
Secondo quanto spiegato, la frode in argomento sarebbe stata realizzata, nel periodo 2006-2012, da 5 operatori commerciali, tutti attivi nella provincia di Torino, attraverso un circuito di plurime fatturazioni riguardanti operazioni oggettivamente inesistenti (realizzate con società cartiere cd. missing trader, formalmente operanti sia in Italia sia in territorio comunitario), in quanto la merce riportata nei documenti fiscali non esisteva. Sono considerati missing trader quei soggetti economici (solitamente società a responsabilità limitata e con amministratore un mero “prestanome” o nullatenente), caratterizzati da una “vita breve”, sconosciuti al Fisco, con una forte posizione debitoria dell’IVA che, sistematicamente, non viene versata all’Erario.
La frode cd. “Carosello”, in base a quanto appurato, sfrutta il particolare meccanismo di applicazione dell’IVA per le operazioni in ambito comunitario, che esclude la detrazione del tributo in caso di acquisto effettuato da un fornitore dell’Unione Europea. Per consentire all’impresa acquirente di fruire, anche in tali casi, della detrazione dell’IVA, viene allora interposto “fittiziamente” un soggetto italiano nell’acquisto dei beni tra il soggetto comunitario, reale venditore, e l’effettivo cliente residente in Italia.
Quest’ultimo riceve, nei fatti, la merce dall’operatore dell’Unione Europea ma “sulla carta” la acquista dal “prestanome” (c.d. “missing trader”), che emette una fattura con IVA, senza però versarla, mentre l’acquirente la detrae. Nel caso di specie, le operazioni erano completamente inesistenti, per cui non c’era nessun prodotto commercializzato. Il sistema messo in piedi dal sodalizio era collaudato e in atto da alcuni anni.
Più in dettaglio, i soggetti economici implicati nel meccanismo truffaldino disvelato dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Torino, simulavano l’acquisto di semilavorati o rottami ferrosi da imprese comunitarie risultate essere delle cartiere, operazione, quest’ultima, non imponibile ai fini dell’IVA.
Successivamente, le medesime società acquirenti vendevano gli stessi rottami ad una azienda italiana, anch’essa inesistente, applicando il regime cd. di inversione contabile,per il quale il cedente emette una fattura senza addebito d’imposta, la quale deve essere integrata dal cessionario con l’indicazione dell’aliquota e della relativa imposta e deve essere annotata nel registro degli acquisti (trattasi di un peculiare regime tributario, meglio noto come reverse charge, che connota, tra l’altro, la circolazione dei materiali ferrosi).
La società italiana “cartiera” simulava, poi, di aver effettuato delle lavorazioni sui rottami ferrosi al solo fine di far risultare la trasformazione degli stessi in altro prodotto, questa volta soggetto ad IVA (a differenza dei materiali ferrosi) e lo vendeva, nella nuova veste, ai 5 soggetti economici coinvolti, i quali beneficiavano di un’imposta sul valore aggiunto detraibile/rimborsabile e di un costo sostenuto inesistente. A conclusione del vorticoso ciclo documentale, le imprese torinesi oggetto d’indagine vendevano fittiziamente, in ambito UE, lo stesso prodotto, generando un’operazione non imponibile ai fini del tributo, quindi, senza IVA a debito.
In tale contesto, è stata individuata altresì una fatturazione, anch’essa fittizia, tra le 5 aziendeimplicate nella frode, che si scambiavano vicendevolmente documenti fiscali con l’obiettivo di rendere più difficoltosa l’azione di controllo.Al termine delle indagini di polizia giudiziaria sono state inoltre eseguite, nei confronti delle cinque imprese piemontesi, nel frattempo “pilotate” verso il fallimento ovvero poste in liquidazione, altrettante verifiche fiscali che hanno consentito di proporre il recupero a tassazione, ai fini dell’imposta sul reddito delle società, di una base imponibile di oltre 550 milioni di euro e, ai fini dell’IVA, un’imposta dovuta superiore a 110 milioni di euro.