Matrimonio di comodo Asti, nei guai un italiano e una thailandese

Solo negli ultimi due anni, il personale dell’Ufficio Immigrazione ha deferito alla locale Autorità Giudiziaria quattro coppie di neo sposi

Nell’ambito dell’attività di verifica e controllo svolta dall’Ufficio Immigrazione della Questura di Asti, recentemente l’attenzione degli operatori della Polizia di Stato è stata attirata da un cittadino italiano ed una giovane thailandese, che si sono presentati presso lo sportello dell’Ufficio Immigrazione al fine di completare le pratiche necessarie per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari.
Secondo quanto spiegato, la coppia di giovani sposini si sarebbe mostrata da subito poco credibile, sia perché la cittadina straniera non proferiva alcuna parola di italiano, e sia perché il marito non parlava la lingua della giovane moglie. Ma, incredibilmente, entrambi non ricordavano il giorno esatto del loro matrimonio, celebrato nel Comune di Asti solo due mesi prima.
In base a quanto appurato, la donna, inoltre, prima di convolare a nozze, sarebbe risultata clandestina sul territorio nazionale, essendo entrata in Italia con un visto turistico, di 10 giorni, nel 2016, quindi, scaduto da tempo. Insospettiti, pertanto, sulla effettiva unione matrimoniale, il personale dell’Ufficio Immigrazione avrebbe proceduto a sentire singolarmente e separatamente i due.
Il giovane sposo, un 37enne astigiano pregiudicato per i reati di possesso ingiustificato di chiavi alterate o grimaldelli, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, falsità materiale commessa dal privato, resistenza a Pubblico Ufficiale e lesioni personali, avrebbe riferito di aver incontrato la propria moglie in un bar di via Garibaldi e di essersi subito invaghito di lei, tanto da rincontrarla più volte successivamente e sposarla dopo solo sei mesi dal primo incontro.
Informata sulle conseguenze penali derivanti da un’eventuale atteggiamento reticente, la cittadina straniera invece, con l’ausilio di una interprete di lingua madre, avrebbe affermato che il matrimonio era stato contratto al solo fine di ottenere i documenti di soggiorno. In particolare, sarebbe stata pattuita, con il promesso sposo, la corresponsione della somma di 6.500 euro, di cui 3.000 euro consegnati all’atto del matrimonio ed i restanti 3.500 da versare all’ottenimento del permesso di soggiorno. La donna, nel portare a termine l’illecita unione, sarebbe stata agevolata da una connazionale, che le avrebbe fatto da interprete nella contrattazione della cifra da corrispondere al futuro marito e l’avrebbe aiutava nell’acquisizione della documentazione necessaria per contrarre il matrimonio.
I due “coniugi”, quindi, sarebbero stati denunciati per falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico. Inoltre, il marito e l’amica compiacente sarebbero stati indagati anche per il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
Il ricorso al matrimonio dietro compenso, al fine di ottenere il permesso di soggiorno, costituisce un illecito strumento per la regolarizzazione di soggetti soggiornanti irregolarmente sul territorio nazionale e dediti ad attività illecite o alla prostituzione (come nel caso in argomento, in quanto la straniera riferiva di svolgere, quale attività lavorativa, massaggi sessuali).
Solo negli ultimi due anni, il personale dell’Ufficio Immigrazione ha deferito alla locale Autorità Giudiziaria quattro coppie di neo sposi, per i reati già citati, in quanto il matrimonio era stato contratto, dietro compenso, esclusivamente per regolarizzare la posizione di soggiorno del coniuge straniero clandestino sul territorio nazionale.

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