Intervista a Kenny Passarelli, il racconto di una carriera straordinaria

Le collaborazioni con Joe Walsh ed Elton John, ma anche le visite in Italia e l'amicizia con Red Canzian dei Pooh e Umberto Smaila. Tutto questo è l'incredibile viaggio nel mondo di Kenny Passarelli

Il primo ospite di questo 2021 è un artista che certamente lascia il segno: Kenny Passarelli. Il bassista italo-americano è una vera forza della natura e ha una carriera che vanta collaborazioni con Joe Walsh, Crosby, Stills & Nash, Elton John e Hall & Oates. Il tutto nel segno delle sue origini italiane e del suo legame di sangue e di cuore con il Bel Paese.
Ecco cosa ci ha raccontato:
Buongiorno Kenny, raccontaci qualcosa sulle tue origini italiane.

Sono molto orgoglioso delle mie origini e il mio cognome è stata una vera salvezza durante la mia gioventù. La mia famiglia è arrivata in America nel 1875, all’inizio credevo fossimo originari della Calabria, ma un cugino ha scoperto che la nostra origine potrebbe essere in Abruzzo.
Il Colorado, quando io ero a scuola, era un posto molto difficile in cui crescere. C’era molto razzismo, ma grazie al mio cognome non ho mai dovuto affrontare quei problemi e sono stato sereno.
Nel corso della mia carriera sono stato in Italia diverse volte, nel 1983 ho suonato con “Crosby, Stills & Nash” all’Ippodromo delle Capanelle di Roma e al Palasport di San Siro a Milano.
Nel 1984, invece, mentre ero a Denver ricevetti una chiamata dal tennista John McEnroe che mi propose di fare alcuni concerti di beneficenza in Italia. Devi sapere che in quel periodo erano molti i tennisti che suonavano e con noi musicisti c’erano, a volte, dei veri e propri scambi: io ti aiuto con lo strumento, tu mi insegni a giocare a tennis.
Fu un viaggio incredibile tra Milano, Forte dei Marmi, Santa Margherita e Porto Cervo. In Sardegna conobbi Umberto Smaila e diventammo molto amici. Capitava di restare a suonare nel suo locale con tanti personaggi fino alle 5 del mattino.
A Milano ci sono tornato nel 1985 ed è stata una delle visite più belle in assoluto. Scoprii il tartufo! All’epoca ebbi modo di conoscere personaggi come Gianni Versace e la famiglia Bulgari.
Legai molto con un grande musicista italiano: Red Canzian. Non sapevo molto sui Pooh, ma ebbi modo di vedere che persona straordinaria fosse.
L’Italia, insomma, è sempre con me ed è nel mio DNA e oggi a 71 anni non vedo l’ora di tornare.
Come hai vissuto l’anno appena trascorso?
Si è trattato della prima vera paura per me dai tempi in cui suonavo con Joe Walsh. Lo conobbi grazie a una telefonata di Tommy Bolin che mi chiamò mentre ero in Canada dicendomi che Joe cercava un bassista.
Divenni parte dei Barnstorm e venne fuori la bellissima hit “Rocky Mountain Way”. Andammo in tour tra il 1973 e il 1974 quando la band si sciolse e mi fermai.
Dopo arrivarono Stephen Stills ed Elton John, ma non pensavo sinceramente che io e Joe ci saremmo rincontrati. Nel 1981, però, ci ritrovammo a suonare insieme, gli Eagles erano in pausa e lavorammo così al suo disco.
Tirammo fuori la canzone “A Life of Illusion” che divenne poi colonna sonora del film “40 anni vergine”. Ci ritrovammo nuovamente nel 2017 quando “Joe Walsh & Barnstorm” fu introdotti nella Colorado Music Hall of Hame.
Suonammo una ventina di minuti, ma fu abbastanza per dire: “dobbiamo rifarlo”. Lui aveva già dei progetti con gli Eagles, ma comunque non abbiamo smesso di lavorare per tornare a fare qualcosa insieme.
Non posso dirlo con assoluta certezza, ma credo davvero che nel 2021 ci sia la possibilità di rivederci fare musica insieme. Il materiale, d’altronde, c’è e io non ho mai smesso di scrivere per Joe, come per Bernie Taupin e altri.
Abbiamo lavorato su molti testi io e la mia attuale compagna e ci sono progetti per dei concerti in Messico. Negli anni ho scritto testi e lavorato con tantissimi artisti anche in Sud America.
Insomma ci sono tante possibilità e spero di portare qualcosa presto anche in Italia… Magari anche di lavorare con Red!
Hai citato Tommy Bolin, che ricordo hai di lui?
Tommy era un musicista straordinario, un vero genio. Lo ricordo con molto affetto, senza di lui non avrei probabilmente conosciuto Joe…
A proposito di Italia, nel 1973 hai lavorato con Edoardo Bennato
Non so proprio come sia arrivata quella connessione, davvero. Però seriamente, non vedo l’ora di tornare in Italia… Ho fatto tutte le vaccinazioni contro il Covid e sono pronto a fare rock!
Parlaci del periodo in cui hai lavorato con Elton John.
Uno dei periodi più belli della mia vita, musicalmente parlando. Amavo le registrazioni di Elton anche se io ero più vicino come musica a Stephen Stills e a Neil Diamond. Elton era una persona che ascoltava qualsiasi cosa e un professionista pazzesco.
Nel 1974, come ti ho raccontato prima, ero fermo dopo che la collaborazione con Joe Walsh si era interrotta. Fu proprio lui però a chiamarmi e dirmi che mi aveva raccomandato a Elton John come bassista.
All’epoca ero uno dei primi che suonava il basso Fretless, proprio grazie a un impulso datomi da Joe, e questo mi diede una bella spinta nella carriera. Non mi aspettavo minimamente, comunque, quella telefonata. Dopo non molto mi chiamò Elton e mi disse di venire e suonare. L’accordo iniziale prevedeva tre dischi insieme, ma nel 1976 decise di fermarsi.
Nel periodo con lui lavoravo con musicisti pazzeschi come Caleb Quaye, Ray Cooper e Davey Johnstone. Fu qualcosa di davvero folle e bellissimo.
Ricordo i concerti dal vivo, il bellissimo show a Wembley con Chaka Khan e gli Eagles, ma anche lo show al Dodgers Stadium quando Elton si presentò vestito da giocatore di baseball e colpì quella pallina salendo sul pianoforte.
Collaborai anche all’incisione di “Don’t Go Breaking My Heart”, era il 1976 e nessuno di noi immaginava fosse omosessuale, ma personalmente credo che in quel periodò iniziò ad abusare di sostanze.
Al Madison Square Garden, dopo un successo pazzesco, ci disse che non poteva più fare quello che stava facendo e che doveva fermarsi. Credo che, in quel momento, tra problemi personali e altre faccende non ce la facesse davvero più.
Dopo Elton lavorai con Hall & Oates, ma ebbi prima anche l’occasione per fare l’attore e di mettere la musica in “La febbre del sabato sera”. Era tutto fatto, ma poi cambiarono idea e io mi rifiutai di partecipare… All’epoca non pensavo minimamente che quel film sarebbe diventato così importante e a posteriori dico: che grande errore.
Ultima domanda: un saluto ai tuoi fans italiani
Baci a tutti i miei amici italiani, abbiamo un futuro e abbiamo la speranza. Voglio e spero di tornare presto per riabbracciare le mie origini. (A.G.)
Foto: Kenny Passarelli

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