Intervista a Jack Sherman, dai Red Hot Chili Peppers a Bob Dylan e George Clinton

Jack Sherman racconta a CronacaTorino la sua carriera tra i Red Hot Chili Peppers e le incredibili collaborazioni con Bob Dylan e George Clinton

Prima di John Frusciante e Josh Klinghoffer il posto di chitarrista nei Red Hot Chili Peppers è stato di Jack Sherman. Classe 1956 da Miami, è stato con la band pubblicando il primo disco “The Red Hot Chili Peppers”.
Nella sua carriera, però, ci sono anche le incredibili collaborazioni con Bob Dylan e George Clinton a dimostrare tutta la bravura e la sua grande versatilità musicale. L’amore per la cucina italiana e l’eterna passione per la musica sono i suoi motori. Ecco cosa ci ha raccontato:
Buongiorno Jack, questo virus ha cambiato drasticamente le nostre abitudini. Tu come stai vivendo questo periodo?

Di solito, avevo alcuni concerti in città. L’ultimo è stato proprio prima del giorno di San Patrizio. Non vado al cinema e al ristorante, cosa che abitualmente facevo. Altrimenti, le cose sono praticamente le stesse.
Parlando di te. Quando hai deciso che saresti diventato un musicista?
Amo la musica da sempre. La British Invasion, specialmente con i Beatles e i The Rolling Sones è stata qualcosa di pazzesco. Erano gli anni sessanta ed ero sempre sul pezzo. Ho visto Jimi Hendrix aprire per i The Monkees quando avevo 11 anni a Miami Beach.
Ho avuto la mia prima chitarra a 14 anni e dopo non mi sono più fermato. Le cose sono venute fuori e mi hanno portato fino ad oggi.
Nel 1984 il primo album con i Red Hot Chili Peppers. Come nacque la possibilità di unirsi alla band?
Ero già nella band nel 1983. Mia sorella mi chiamò un giorno e disse che c’era una band che cercava un chitarrista. Mi chiese se Flea potesse avere il mio numero. La prima audizione fu con Flea e Cliff, che riconobbi subito perché ci eravamo incontrati alcuni anni prima quando lavorava con Captain Beefheart. Poi, ci fu una seconda audizione e quando tornai a casa trovai un messaggio in segreteria. Erano loro che cantavano: “Hai il lavoro, hai il lavoro, hai il lavoro”. Ognuno di loro ci mise la sua voce, sembrava uno di quei barbershop quartet. Penso, però, che fosse solo un trio. (ride)
Come descriveresti la tua esperienza con i Red Hot Chili Peppers? C’è un aneddoto che vorresti raccontarci?
Ero felice, sapevo che avremmo fatto un disco. Volevo davvero farlo. Anthony e Flea però hanno reso tutto molto difficile, specialmente per me. Facevano del vero bullismo. Ripensandoci oggi, non so come abbia fatto a resistere così a lungo.
Un aneddoto di allora… Ho un bellissimo ricordo di quando siamo rimasti bloccati dalla neve sulle montagne della Virginia mentre eravamo in tournée. Era il compleanno del nostro manager Lindy. Fu proprio lei a trovare un posto davvero carino in cui trascorrere la notte e aspettare la fine tempesta. Abbiamo cenato e siamo stati davvero bene tutti insieme.
John Frusciante è tornato con i Red Hot Chili Peppers. Cosa ne pensi?
Beh, non penso davvero alla band come un fan. Non ascolto molto la loro musica. Il mondo è così strano ora. John viene e va. Tutti noi sappiamo quanto sia stato importante il suo contributo al successo dei RHCP. Il contesto di oggi per le vecchie band o per qualsiasi musica rende difficile da spiegare certe cose, anche per me.
Nel 1986 hai lavorato con Bob Dylan. Come nacque la collaborazione tra voi? Che ricordi hai di quella esperienza?
Ho lavorato con Dylan anche nel 1985 e nell’87. L’album “Knocked Out Loaded” è uscito nell’86 e siamo stati quindi in studio in quel periodo. È stato un sogno diventato realtà lavorare con e per lui. Bob è sempre stato il numero uno per me.
Nel 1985 sono stato invitato da Barry Goldberg a lavorare con Bob negli studi Ocean Way. Bob salutò tutti i musicisti al termine di quella sessione. Mi disse che pensava fossi davvero bravo e che cosa feci io? Gli dissi che mi sarebbe piaciuto lavorare ovunque con lui. Mi chiese il mio numero di telefono e io glielo diedi. Poco dopo, il suo assistente mi avrebbe chiamato per vedere se ero disponibile per lavorare in studio.
Nel 1987 chiamai il batterista, Raymond Pounds, che aveva suonato in “Knocked Out Loaded”. Era diventato un amico dopo quella esperienza e gli chiesi cosa stesse facendo… Lui mi disse che doveva andare in studio con Bob. Mi disse di  presentarmi con la mia chitarra. L’ho fatto. Una vera pazzia! Ma ha funzionato. Bob si ricordò di me e alla fine mi fece mettere la mia chitarra su alcune canzoni.
E cosa ci dici di George Clinton?
George Clinton! WOW! Un altro fantastico sogno diventato realtà. Nel ’75 ho ascoltato per la prima volta i Parliament a una festa a Tuscon, in Arizona, quando ero in viaggio con una band che aveva sede a San Diego, dove vivevo.
Mi sono innamorato della musica e ho iniziato a comprare tutti gli album di Funkadelic e dei  Parliament che riuscivo a trovare.
Mi sono trasferito a Los Angeles nel ’77 e ho persino bussato alla loro porta, ma ero troppo spaventato. (ride)
Quindi, molti anni dopo, ecco come ci siamo conosciuti: un giorno Flea mi chiamò, non ero più nella band, e mi disse che George stava arrivando al loro concerto e che avrei dovuto esserci. Io e mia moglie naturalmente ci andrammo. Più tardi, George mi disse che sapeva del mio contributo per farlo diventare produttore di “Freaky Styley” e che aveva realizzato tutti i nastri della band perché avessero un suono molto famigliare alla sua musica. Ero un fanatico totale di FUNK. Mi ringraziò e mi disse: “So cosa hai fatto e ti ringrazio. Il FUNK ti ringrazia”
Sarei potuto morire felice in quel momento. Il giorno dopo chiamai Lindy e gli chiesi se potevo mettermi in contatto con George.
Lo chiamai e andai a prenderlo con la mia macchina per portarlo a casa mia per colazione. All’epoca arrivò anche sua moglie Stephanie. Dopo eravamo già lì a registrare insieme.
Cosa hai fatto in questi anni? Ancora coinvolto in progetti musicali?
Mi sono trasferito da Los Angeles nel 2003 e sono venuto a Savannah con mia moglie e i miei due figli. I bambini sono cresciuti ora, Sarah ha 33 anni e Robin (un uomo) avrà 30 anni a dicembre. Per lo più suono musica per divertimento ora e incasso soldi dai concerti quando ci sono. Ma non ho grandi ambizioni. Voglio solo continuare a perfezionare il mio modo di suonare la chitarra. Soprattutto per quanto riguarda il mio tono.
Progetti per il futuro?
Al momento, sinceramente, nessun progetto in particolare.
I fans italiani ti hanno sempre amato. C’è qualche ricordo legato all’Italia?
Voglio mandare tutto il mio affetto agli amici e fans italiani. Grazie a Facebook riesco a tenermi maggiormente in contatto con loro e potrò farlo anche in futuro. Non sono mai stato in Italia, ma amo il cibo italiano. Vorrei mangiare cibo italiano in Italia!
Ultima domanda: il tuo messaggio ai nostri lettori
Il mio messaggio, visto che lo hai chiesto, è quello di guardare i media mainstream il meno possibile. Le news locali e il tempo sono cose che vanno bene, ma cercate anche fonti alternative di informazione. Mia moglie e io cerchiamo e guardiamo molto spesso degli approfondimenti su Youtube. Fidatevi dei vostri sentimenti per capire a cosa credere o no. Ma ancora una volta non credo ad una sorta di verità che arrivi da ciò che è mainstream. E naturalmente siate gentili con voi stessi. (Alessandro Gazzera)
Foto con George Clinton: Jimmy Steinfeldt

Si ringrazia Jack Sherman per la simpatia e la disponibilità

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